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Aziende sedute su una montagna di debiti. Peggio che nell'era pre-crisi finanziaria
di Andrea Franceschi
Il Sole 24 Ore
Lunedì 19 Febbraio 2018

La politica monetaria ultraespansiva è stata un medicinale salva-vita per l'economia mondiale dopo la crisi finanziaria del 2008 ma la droga monetaria ha anche contribuito ad alimentare squilibri notevoli. Uno di questi riguarda il debito delle società non finanziarie. Nell'ultimo decennio indebitarsi per le aziende in tutto il mondo è stato incredibilmente conveniente. L'azzeramento del costo del denaro prima e le massicce iniezioni di liquidità poi hanno innescato una vera e propria esplosione delle passività a livello mondiale. Una crescita che è stata superiore a quella dell'economia visto che in 10 anni l'incidenza media del debito societario sul Pil è passata dall'81% al 96 per cento.
La stima è una media globale elaborata da S&P Global Ratings che, in un recente rapporto, ha messo in luce come, in un contesto di rialzo dei tassi, ciò costituisca un importante elemento di vulnerabilità. Soprattutto perché in circolazione ci sono almeno 24mila miliardi di debito corporate che fa capo ad aziende che hanno un'elevata leva finanziaria. Quelle che, in ragione dell'elevata incidenza del debito sui profitti, sono più vulnerabili in caso di rallentamento del business o di aumento della spesa per interessi.

Perché la leva è un problema
La crescita del debito non è di per sé un problema ma lo diventa se le condizioni a cui il finanziamento è stato contratto peggiorano al punto da renderlo non più sostenibile. Ed è in questo contesto che la leva finanziaria elevata diventa un problema. Per le aziende che sono costrette a destinare a spesa per interessi una quota rilevante dei loro flussi di cassa un incremento anche marginale del costo del denaro può significare insolvenza. Per questo la leva elevata è un rischio. Perché - si legge nel rapporto di S&P - in caso di stretta monetaria più rapida del previsto può innescare un'ondata di default.
Il mercato ne è consapevole e per questa ragione ha reagito con nervosismo alle rinnovate aspettative di una stretta della Fed dopo la ripresa dell'inflazione. La volatilità ha tuttavia interessato solo marginalmente il segmento dei bond societari americani. Sebbene in questi anni di denaro facile ci sia stata una vera e propria esplosione del debito da parte delle società a basso rating non si vede all'orizzonte un rischio default immediato. Questo perché gli effetti di una stretta Fed saranno con ogni probabilità mitigati da quelli della riforma fiscale Usa che - scrive S&P - garantirà flussi di cassa aggiuntivi alle imprese tali da consentir loro di reggere il colpo di un eventuale peggioramento delle condizioni di rifinanziamento.

La mina «cinese»
La riforma Trump è il classico calcio alla lattina che permetterà alle aziende di guadagnare tempo. Il nodo della sostenibilità del debito societario tuttavia è destinato a venire al pettine quando l'economia Usa, in forte crescita da anni, inizierà la sua fase discendente. Gli squilibri degli Usa sono in ogni caso poca cosa se confrontati a quelli della Cina. È nella seconda economia mondiale che i problemi legati all'eccesso sono più evidenti. Con 18mila e 900 miliardi di dollari di controvalore il debito societario cinese rappresenta il 28% del totale. Oltre la metà di questo fardello fa riferimento a società che hanno un livello di leva finanziaria elevata. In 10 anni c'è stato un drastico peggioramento della qualità visto che nel 2007 solo il 30% del totale veniva considerato a rischio. Il quadro è poi ulteriormente aggravato dal fatto che, a differenza di Europa e Stati Uniti, l'economia cinese ha già superato la fase della maturità per imboccare quella di un «rallentamento controllato». È stato soprattutto a causa della Cina che in 10 anni la leva finanziaria globale è peggiorata passando dal 32 al 37 per cento.

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