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Aziende, la crisi dei giovani manager
di Massimiliano Di Pace
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 giugno 2017

Nel mondo dei dirigenti industriali italiani c'è stata una rottamazione all'incontrario. Lo dicono i dati di Federmanager, la federazione dei dirigenti industriali. Dal 2011 al 2016 si è registrata una riduzione di 4.666 unità (nonostante la leggera crescita avvenuta nell'ultimo anno, la prima volta dal 2011), a carico per tre quarti dei dirigenti under 40. Il numero di questi ultimi si è infatti quasi dimezzato in 6 anni (da 7.644 del 2011 a 4.000 nel 2016). Ma come è potuto succedere? «Sono stati in effetti i dirigenti più giovani a pagare la crisi – afferma Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager – e questo per varie ragioni, a cominciare dal fatto che le imprese preferiscono professionisti già esperti, che non richiedono investimenti in formazione, e flessibili, o meglio, utilizzabili in diversi settori aziendali, mentre i giovani hanno spesso una specializzazione, che li rende più difficilmente impiegabili in aree estranee alla loro expertise». In controtendenza rispetto alla categoria, sono cresciuti in termini numerici i dirigenti over 50, passati da 35.910 del 2011 a 41.319 del 2016, con un aumento quindi superiore al 15%. Come mai? «L'età pensionabile sempre più alta, e i rapporti personali collaudati tra proprietà e i dirigenti più anziani, hanno giocato a favore di questi ultimi – ammette il presidente di Federmanager -. Inoltre, se è vero che un dirigente più giovane costa meno di uno più anziano, quest'ultimo può vantare una migliore conoscenza delle dinamiche interne delle aziende e una maggiore capacità di adattamento alle diverse situazioni, che consente loro di essere più proficui». Un altro elemento che emerge dai dati di Federmanager è la sensibile riduzione di imprese industriali con almeno un dirigente nel proprio organico: da 18.724 del 2011 a 15.933 nel 2016 (-14,9 per cento). «In Italia – continua Cuzzilla – la piccola dimensione delle imprese da una parte, e la loro gestione spesso familiare, anche in realtà di grande eccellenza, dall'altra, fa sì che le posizioni manageriali siano sottodimensionate rispetto alle necessità. D'altronde in molte Pmi, la maggiore preoccupazione degli attuali imprenditori è il passaggio generazionale, piuttosto che l'inserimento di figure manageriali, che possono essere percepite come occasioni di incremento di costi». Secondo Federmanager questo trend potrà essere ribaltato con il Piano del governo per l'industria 4.0, che si basa su un impiego sempre più pervasivo di dati e informazioni, nonché di tecnologie, per la cui realizzazione risulterà indispensabile introdurre figure manageriali. Dunque luci ed ombre per il futuro mercato del lavoro manageriale in Italia, che deve stimolare i giovani brillanti nel tentare percorsi professionali che portano alla dirigenza, come suggerisce il presidente di Federmanager: «L'industria italiana continua ad avere bisogno di manager, ed in particolare di 4 profili: export manager, visto che uno dei punti di forza dell'economia italiana è la vendita all'estero, tanto che ogni anno oltre 200mila imprese italiane esportano circa 400 miliardi di euro di merci, un quarto del nostro Pil; temporary manager, che sono delle figure che mettono a disposizione per un limitato periodo di tempo le loro competenze e capacità gestionali per il perseguimento degli obiettivi di progetti, che costituiscono ormai lo strumento imprenditoriale per eccellenza; manager di rete, considerato che in Italia molte imprese di piccole dimensioni possono veder crescere la loro competitività solo lavorando insieme; innovation manager, che sono coloro in grado di traghettare le aziende nella nuova dimensione digitale e delle tecnologie avanzate». Ma quali sono i requisiti per diventare dirigente alle nostre latitudini? «Oltre ad un ottimo percorso universitario, e a un Mba, da considerare ormai come un pre-requisito – chiosa Cuzzilla – può risultare fondamentale un'esperienza in una Pmi, dove si ha la possibilità di dimostrare quanto si vale, e soprattutto di vedere l'intero funzionamento di un'azienda, esperienza improbabile se si lavora in grandi gruppi. Per questo suggerisco ai giovani di accettare incarichi anche in realtà imprenditoriali meno famose, ma non per questo meno arricchenti». Per il resto Federmanager ricorda che sono sempre valide competenze come la capacità di gestire le relazioni (con i clienti, i finanziatori, i colleghi), e quella di lavorare in squadra, dove una buona dose di leadership è certamente vantaggiosa. «Per ultimo – sottolinea Cuzzilla – raccomando sempre di sviluppare la capacità di scrivere in modo chiaro e conciso, in quanto, soprattutto all'estero, buona parte del flusso decisionale avviene in forma scritta, ed in ogni caso, lasciare traccia del proprio operato è utile sia per tutelare la propria reputazione, sia per salvaguardarsi da eventuali problematiche legali». Quante posizioni manageriali saranno disponibili in futuro è difficile prevederlo oggi, ma di certo, secondo il presidente di Federmanager, molto dipenderà dalla politica industriale: «Oggi questa è inesistente, ma occorrerà pure, prima o poi, metterci mano, e puntare al progressivo smantellamento degli ostacoli che impediscono attualmente la crescita dell'industria italiana. Mi riferisco al problema del credito, che oggi soffoca le potenzialità di molte imprese, a quello del fisco, o meglio all'eccessivo cuneo fiscale, che fa sì che il divario tra costo del lavoro e salario netto sia superiore per i dirigenti al 100%, e alla mancanza di un piano di investimenti infrastrutturali, in particolare per logistica ed energia, che superi i limiti di scelte prese in un'ottica di breve termine».

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