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Anche i commercialisti e gli avvocati possono essere "sfruttati" dalle imprese
di Massimiliano Di Pace
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 2 ottobre 2017

Possibile che anche avvocati e commercialisti possano essere sfruttati? Pare di sì a leggere l'articolo 3 del Jobs act dei lavoratori autonomi. La situazione di sfruttamento si chiama tecnicamente "abuso di dipendenza economica". Essa è determinata dal comportamento di grandi committenti di servizi professionali, come banche, assicurazioni, grandi imprese, che impongono nelle convenzioni con i professionisti condizioni non eque, come tariffe contenute, mancato rimborso spese, recesso senza preavviso, attività gratuite. «Il fenomeno si è sviluppato in particolare negli ultimi 10 anni – ammette Achille Coppola, segretario del consiglio nazionale dei commercialisti – a seguito di un eccesso di offerta di servizi professionali e dello sviluppo dell'economia digitale, che ha acuito la concorrenza. L'aspetto più preoccupante è quello del compenso, che, in assenza di tariffe minime, è andato diminuendo». Nel caso degli avvocati il fenomeno di dipendenza economica si è verificato nelle convenzioni con banche e assicurazioni, che prevedono l'impegno a trattare cause in specifici settori, come l'infortunistica stradale, il recupero crediti e le azioni esecutive. Il principio è che a fronte di ampi volumi di lavoro, l'avvocato accetta una remunerazione più contenuta. «In questo modo si è arrivati però a esagerazioni, tanto che sono stati proposti compensi paradossali – chiosa Vito Vannucci, consigliere del consiglio nazionale forense. Per esempio, è capitato che per cause davanti ad un giudice di pace per conto di Equitalia, del valore di 5-10.000 euro, il compenso proposto fosse di 50 euro. Anche per cause di infortunistica stradale, la remunerazione non supera i 700-1.000 euro a causa». Vi sono invece professionisti che non vivono questa situazione, come i notai: «Il notaio ha una pluralità di clienti, che cambiano continuamente – ricorda Giampaolo Marcoz, membro del consiglio nazionale del notariato. Una situazione simile si è però prodotta con le banche nel caso di surroghe dei mutui, che è un'operazione gratuita per il cliente, per cui è la banca che paga il notaio. In questi casi la banca riconosce al notaio importi contenuti, come 800 euro, comprensivi di spese». Il parlamento ha riconosciuto il problema, tanto che ha emanato una legge, la 81/2017, nota come Jobs act del lavoro autonomo, nel cui articolo 3 ha previsto l'inefficacia di clausole nei contratti tra lavoratori autonomi e committenti, quali la modifica unilaterale delle condizioni, il recesso senza preavviso, termini di pagamento superiori a 60 giorni. Inoltre, la nuova legge rinvia alla disciplina della subfornitura (legge 192/1998), proprio in materia di abuso di dipendenza economica (articolo 9). In sostanza, anche per i professionisti vale il principio secondo il quale sono nulli i patti che determinano un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi, così come condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose o discriminatorie, o la possibilità di interrompere arbitrariamente la relazione commerciale in atto. Fatta quindi la legge, sembrerebbe tutto a posto. Ma è veramente così? «Il problema – sottolinea Coppola dei commercialisti – è che l'applicazione della norma comporta l'attivazione di una causa da parte del professionista danneggiato, la cui conseguenza è evidentemente la perdita del cliente. Dunque, tale tutela è immaginabile solo alla fine dell'incarico, e non durante la vigenza dello stesso, e prenderà la forma di una richiesta di risarcimento del danno, che spetterà al giudice quantificare». Sul punto sono d'accordo gli avvocati, che aggiungono: «Le previsioni del ddl governativo sull'equo compenso nei rapporti tra grandi committenti e avvocati – dichiara Vannucci – è un sicuro passo in avanti rispetto al Jobs act del lavoro autonomo, in quanto prevede esplicitamente la nullità delle clausole che impediscono un equo compenso, mantenendo però salvo l'accordo esistente tra professionista e committente. In altre parole questa norma, in discussione al parlamento, permetterebbe di tutelare il professionista anche durante il rapporto vigente, e non solo alla fine di esso». Per i notai dovrebbe essere anche oggi possibile, in via interpretativa, far dichiarare inefficaci le clausole contrarie alle legge (cosiddetta tutela inibitoria), durante la vigenza del rapporto, azione che si affianca a quella di risarcimento dei danni (cosiddetta tutela demolitoria), da attivarsi a fine rapporto. La legge è di maggio 2017, per cui manca ancora una prassi. Per questo gli ordini dei professionisti si stanno organizzando. «Il Cndcec ha programmato una serie di seminari in tutto il Paese, anche in modalità e-learning, per far conoscere la nuova disposizione e le sue modalità attuative – annuncia il segretario del consiglio nazionale dei commercialisti. Inoltre abbiamo istituito una Task force nazionale, con presidi locali, per aiutare i commercialisti a capire se si trovano nella situazione disciplinata dalla legge». Da parte loro Abi e Ania non hanno messo a punto nessuna indicazione per i loro associati (rispettivamente, banche e compagnie assicurative) sulle modalità di attuazione di questa norma, non rientrando nelle loro competenze. Ania ha però aggiunto che il ddl sull'equo compenso potrebbe condurre ad un aggravio dei costi. Al tempo stesso nessuno ha pensato di fare accordi per la definizione di tariffe minime tra professionisti e committenti, probabilmente per non incorrere nelle sanzioni dell'Antitrust. Gli avvocati puntano tutto sul ddl relativo all'equo compenso, eventualmente da riproporre nella prossima legislatura. «Una regolamentazione che consenta una nullità limitata alle clausole inique è per noi la soluzione giusta – spiega Vannucci. Nel frattempo non escludiamo di fare qualche causa pilota, anche per saggiare l'orientamento della magistratura su questo tema».

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