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Aim, cinquanta Ipo allettate dai Pir ma per gli operatori sale il rischio bolla
di Luigi Dell'Olio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 26 giugno 2017

All'orizzonte ci sono le Ipo di Culti e Cva, ma secondo uno studio di IrTop è verosimile attendersi ben 50 sbarchi sull'Aim (il listino dei piccoli) entro la fine del prossimo anno. Ma anche realtà più grandi potrebbero riprendere in mano i progetti di Ipo abbozzati nel passato. Un fervore di quotazione che si spiega con la caccia ai Pir che si è scatenata. Dopo i fondi comuni e gli Etf, è l'ora delle gestioni patrimoniali e dei depositi titoli cercare occasioni fra le Pmi possibili target dei Piani individuali di risparmio (Pir). Questi hanno registrato 1,1 miliardi di raccolta nel I trimestre, con la prospettiva di arrivare a 10 miliardi a fine anno – sta rianimando la piazza finanziaria milanese, con una quarantina di prodotti lanciati da inizio anno. E l'auspicio che questo dinamismo spinga nuove società a quotarsi. Tanto entusiasmo, però, può far male, in una borsa come quella italiana che capitalizza 500 miliardi, ma si ferma a quota 90 miliardi tra i titoli eleggibili per i Pir? Il rischio c'è, a sentire gli operatori, anche perché tanto l'Aim, quanto lo Star (indice dei titoli ad alti requisiti) da inizio anno crescono tre volte più del Ftse Mib. Nei giorni scorsi Equita Sim ha comunicato di aver ridotto il peso delle small cap italiane, proprio alla luce della corsa registrata negli ultimi mesi, che ha portato i titoli del settore su multipli più elevati di 8 punti rispetto alla media europea. «Il mercato delle small cap è stato "inquinato" dall'arrivo dei Pir che hanno portato liquidità su società poco liquide, anche se non è facile stimare l'impatto relativo a questo strumento», osserva Gilles Guibout, head del team di investimento Equity Europa di Axa Investment Managers. «Di certo c'è che questi flussi fanno salire le valutazioni con il rischio che il prezzo dei titoli non rifletta più i fondamentali. Per questo bisogna essere molto selettivi». Un pensiero condiviso solo in parte da Gugliemo Manetti, vice direttore generale di Intermonte Advisory e Gestione. «Il dubbio che ci siano i presupposti per una bolla nel segmento delle mid-small cap sono leciti, anche se al momento sono sovrastimati». Quindi spiega la ragione: «L'euforia iniziale si è concentrata sulle società a più alta capitalizzazione tra le mid cap e ci aspettiamo quindi una più equa distribuzione degli investimenti anche sulle società meno liquide. Per altro, se guardiamo agli ultimi cinque anni, prima cioè dell'introduzione della nuova normativa, i titoli a bassa e media capitalizzazione hanno offerto rendimenti migliori del Ftse Mib». Guardando al futuro, per Manetti è comunque opportuno prepararsi a un possibile surriscaldamento del settore, spostandosi sui temi meno esplorati e quindi su capitalizzazioni più basse. «In quest'ottica riteniamo interessanti titoli nei settori manifatturieri e dei consumi, ma anche legati alla new economy e in generali business a alto tasso di crescita». Per Gabriele Roghi, responsabile della consulenza agli investimenti di Invest Banca, «il rischio di un eccesso di valutazione derivante da un flusso di investimenti in qualche modo forzato verso pochi titoli è reale», ma c'è anche una domanda di investimento verso società di eccellenza all'interno dei mercati di nicchia che non può essere attribuita solo ai Pir. Da qui l'ottimismo verso queste realtà, a patto di adottare una logica di lungo periodo «accettando un livello di rischio più elevato. Quanto ai Pir «è meglio scegliere i titoli attraverso la mediazione di un soggetto delegato alla gestione o un consulente agli investimenti che dispongono degli elementi di valutazione, dell'accesso ai dati delle aziende e degli strumenti di analisi per costruire portafogli di investimento che riducano al minimo i rischi che un investimento come quello con larga presenza di medie e piccole capitalizzazioni comporta». Anche perché i listini europei hanno ormai raggiunto multipli elevati rispetto alle medie storiche e una correzione non può essere esclusa. «Tra il 2007 e il 2009, alcuni fondi specializzati su mid e small cap italiane sono arrivati a perdere l'80% perché in quel periodo molti investitori, di fronte a una crisi generale di sfiducia, hanno venduto senza preoccuparsi di distinguere società valide e non, puntando a liquidare in primo luogo gli strumenti meno liquidi», racconta Salvatore Gaziano, direttore investimenti di SoldiExpert Scf. I rischi di una nuova crisi sistemica oggi sono molto contenuti, ma in ogni caso, sottolinea l'esperto, «è bene con valutare con attenzione il contenuto dei prodotti disponibili, scegliendo soluzioni che hanno un potenziale di rivalutazione intrinseco, senza soffermarsi al solo incentivo fiscale».

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